Orlan e Loredana Berté ci dimostrano che la devastazione del corpo è una cifra stilistica integrante alla bellezza.
Ho conosciuto Orlan da molto piccola. Mio padre, chirurgo plastico e artista, mi portò all’inizio degli anni ‘80 a vedere una sua performance. Da allora non l’ho mai dimenticata.
Orlan, nasce nel 1947 in un piccolo paese vicino a Lione da una madre bigotta, in una famiglia proletaria. Il suo lavoro, faticosissimo in tutti i sensi, si sviluppa in una destrutturazione fisica dei canoni estetici imperanti. Il suo sangue, i suoi muscoli, il suo corpo sottoposto a continui interventi chirurgici diventano la zona di confine dell’identità.
Ognuno dei suoi happening in sala operatoria viene documentato con materiale fotografico e video. Il corpo si apre, il bisturi penetra, taglia e modifica. Famosi gli interventi alla fronte, uguale a quella della Gioconda del Michelangelo e quello al mento uguale alla Venere del Botticelli.
Come possiamo leggere nel suo MANIFESTO della Carnal Art, l’artista non è interessata al risultato ma al processo dell’intervento chirurgico, all’attuazione dello spettacolo del corpo che diventa luogo di dibattito pubblico. Con Orlan la chirurgia estetica sconfina in un atto artistico, a volte sovversivo, vivente, voluto e realizzato scientificamente con produzioni incredibili.
Chiunque lavori nell’ambito della chirurgia estetica finisce per maturare, nel tempo, una sua personalissima concezione del bello, frutto del proprio gusto e di continui stimoli e riflessioni che la professione inevitabilmente offre. Per quanto mi riguarda, sono convinta che la bellezza sia qualcosa di strettamente connesso alla personalità dell’individuo. La mia aspirazione, quando lavoro, è che i miei pazienti si riconnettano, attraverso il mio intervento, alla parte più autentica di se stessi facendola riemergere e valorizzandola. Concetti che Suzanne Noel ha introdotto in veste di prima donna chirurgo estetico. La bellezza, anche se costruita, conserva sempre un rapporto molto stretto con la naturalezza.
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